A Venezia, nel 1457, si vanno radunando i membri del Consiglio dei Dieci e della Giunta, convocati per una ragione misteriosa Tra loro è Loredano, nemico dei Foscari che considera responsabili dell’assassinio dei suoi congiunti. Viene tratto dal carcere Jacopo Foscari, figlio del doge Francesco: il giovane dev’essere giudicato perché è rientrato illegalmente in patria dall’esilio, al quale era stato condannato a seguito di un’ingiusta accusa d’omicidio. In attesa di essere introdotto alla presenza del Consiglio, Jacopo contempla dal verone Venezia, il cui ricordo è stato il suo unico conforto durante. Poi entra nella sala del Consiglio, senza illudersi di trovarvi alcuna clemenza.
Lucrezia Contarini, moglie di Jacopo, vorrebbe recarsi dal doge e chiedergli di intervenire in difesa del figlio. Ma le ancelle la trattengono ; a Lucrezia, disperata, non resta che rivolgersi al cielo. Quando l’amica Pisana le annuncia la sentenza del Consiglio dei Dieci, che conferma la condanna all’esilio per Jacopo, Lucrezia dà sfogo al suo sdegno e inveisce contro il patriziato veneziano.
Uscendo dall’aula del giudizio, i membri del Consiglio commentano l’accaduto: una lettera, scritta segretamente da Jacopo agli Sforza, ha reso inevitabile la condanna; il figlio del doge dovrà tornare in esilio a Creta.
Il doge, solo, piange la sorte del figlio e lamenta la sua dura condizione di padre.
Giunge Lucrezia, che rivendica l’innocenza del marito e inveisce contro i Dieci; ma il doge è costretto a ricordarle la legge e il foglio che accusa Jacopo. Lucrezia non può far altro che invitare il doge a pregare con lei.
Nel buio del carcere Jacopo, in delirio, crede di vedere uno spettro porgergli il suo teschio insanguinato. È il conte di Carmagnola, che un tempo il doge suo padre aveva condannato a morte. Jacopo cade a terra; in suo soccorso viene Lucrezia, che si fa riconoscere e gli comunica la sentenza del Consiglio
. Mentre in lontananza si sente intonare una barcarola, i due si abbandonano alla speranza di poter condividere, insieme, le pene del futuro. Si unisce loro il doge, che abbraccia entrambi esortandoli ad avere fiducia nella giustizia divina. Giunge Loredano, che invita il prigioniero a partire, solo, e gioisce della sventura che si abbatte sull’odiata famiglia.
Il Consiglio sollecita la partenza di Jacopo Foscari, accusato di omicidio e di aver tramato contro Venezia. Entrano il doge, che va a sedere sul trono, e Jacopo fra i custodi. Letta la sentenza del Consiglio, Jacopo chiede vanamente grazia al padre. Nella sala irrompe Lucrezia: fa inginocchiare i propri figli davanti al doge, invoca il suo perdono e la sua pietà, chiede di potersi unire al marito nell’esilio. Ma il Consiglio è inflessibile: Jacopo partirà solo. Affidati i figli al doge, Jacopo s’avvia, mentre Lucrezia sviene tra le braccia delle dame.
Tra la folla in festa giungono Loredano e Barbarigo, mascherati; tutti incitano i gondolieri intonando una barcarola. Dal palazzo ducale escono due trombettieri, agli squilli dei quali il popolo si allontana intimorito; sul canale passa una galera con il vessillo di S. Marco. Dal palazzo ducale esce Jacopo Foscari, seguito da Lucrezia, e prende commiato da tutti nella massima angoscia, mentre Loredano esulta vedendo compiersi la sua vendetta.
Francesco Foscari, solo, ripensa alla morte prematura dei suoi tre figli e al triste destino del quarto. Giunge Barbarigo con un foglio: il vero colpevole dell’assassinio ha confessato. Il doge esulta, poiché l’innocenza del figlio è provata. Ma Lucrezia gli annuncia che Jacopo non ha retto al dolore del distacco ed è morto al momento della partenza.
Giungono i Dieci e chiedono al doge di ritirarsi dalle cure dello stato, rinunciando al potere. Il doge dapprima reagisce con sdegno, ma poi, accasciato dalle vicende familiari, restituisce l’anello dogale. Mentre si avvia, con Lucrezia, sente le campane di S.Marco annunciare l’elezione del nuovo doge: non reggendo all’affronto, Francesco Foscari cade morto a terra.